Il problema che ho con gli aeroporti

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Il problema che ho con gli aeroporti è che mi piace perdermi negli aeroporti.

Gli aeroporti.

Tra i luoghi più incompresi, nella classifica dei luoghi incompresi. “Non luoghi” per eccellenza, assieme ai fast food, ai centri commerciali. Luoghi di passaggio. Luoghi da cui si va via prima possibile, cui si arriva più tardi possibile. Altrimenti non sarebbe stato inventato il check in online. Perché, siamo onesti, le esigenze pratiche rispondono sempre a bisogni profondi. Se gli aeroporti non creassero disagio, non si avrebbe tutta questa premura.

Perdere tempo negli aeroporti a me piace.

Quello che mi dispiace è non avere mai troppo tempo da perderci. E di non aver mai trovato nessuno cui perdere tempo lì piacesse quanto a me. Confesso: ritardi, scali lunghi e inefficienti, attese, pernotti improvvisati non mi hanno mai dato fastidio, anzi. Poter stare in un posto sospeso tra il punto A e il punto B, tra “prima” e “poi” mi è sempre piaciuto.

Mi piace passeggiare per i tappeti mobili. Incrociare gli sguardi della gente nella direzione opposta. Agganciare quelli più curiosi.

Per i negozi fasulli e costosi. I duty free.

Le stecche di sigarette, anche se non fumo più, mi piacciono ancora; quelle al mentolo. Le scritte esotiche, le immagini terribili. Le opere architettoniche. Gli spazi. E altezze. Le vetrate. I cartelli.

Sedermi nei bar a bere pessimo caffè bruciato.

Tanto, prima o poi, a casa ci torno e un buon caffè lo bevo. Le persone di servizio ai bar, come ti rispondono. Ti restituiscono la media empirica dell’umore, della soddisfazione, della fatica di una città o di un paese. A Heathrow, è un sorriso di benvenuto.

A Fiumicino, è come se ti facessero un piacere. Non mi irrito più per questo.

Roma è faticosa, cerco di sorridere più che posso, magari qualcuno risponde, se la neurobiologia non è un’opinione.

Mi piace sedermi al gate, guardare le persone.

Ascoltare i loro dialoghi. Inventare storie, se non sento. Mi piace soprattutto sedermi al gate che non è mio, se posso. Vedere chi aspetta. Il paesaggio umano. Cambiare di nuovo. Vedere un paesaggio diverso. Altro giro altra corsa.

E’ stato così, ad esempio, che ho visto intere costellazioni di viaggiatori.

“Viaggiatore-Mamma-Italiana”.

Portare un numero imprecisato di bagagli in genere tutti coordinati e, possibilmente, con dettagli animalier, avere un figlio, al massimo due, ma, a compensazione, rumorosi e un po’ maleducati, da richiamare a voce alta per tutto, senza una vera priorità e una ben definita intenzione. Versus, il “Viaggiatore-Mamma-Non-Italiana”, molti figli autonomi ed ordinati, un solo bagaglio per tutti, in genere, più in forma della collega italiana, e non si capisce perché: non si diceva che la dieta mediterranea è la migliore? Perché a noi sempre tutte le sfighe?

Il “Viaggiatore-Solitario”.

Quello con una aria alternativamente misteriosa e infelice; ti darebbe curiosità di vedere le foto sul suo profilo Instagram. Se, almeno lì, sorride per il suo pubblico. Non dà confidenza a nessuno e sta attaccato ai propri dispositivi e al wi fi come ad una flebo, questione di vita o di morte. Ci puoi scommettere, è in contatto con le persone che ha lasciato a casa. Pensi: allora a  che serve, è solo cambiare il fondale alla stessa storia di sempre? Non c’è più un posto dove scappare da se stessi.

Poi, i “Viaggiatori-Avventure”.

Li riconosci perché sono ricoperti da capo a piedi di un multistrato di abbigliamento tecnico da trekking anche quando si tratta di visitare capitali europee e sono donne in prevalenza, con pochi uomini impauriti e stropicciati. Si spera nell’accoppiamento, una volta che siano violate tutte quelle zip in un unico paio di pantaloni.

I “Viaggiatori-della-Terza-Età”.

Quelli che viaggiano in gruppo – e, in genere, spiccano quelli che fanno turismo religioso, forse eccitati da non essere caricati, una volta tanto, dal pullimino con vendita di pentole – sono i più scalmanati. Parlano forte, ridacchiano, si chiamano tra di loro, si danno pacche, seduti, con i piedi deformati nelle scarpe ortopediche. Anche qui, predominanza di donne, immagino per la questione degli “8 anni di vedovanza”, ossia quelli che le donne campano di più rispetto agli uomini. Gli Anziani che non viaggiano in gruppo sono invece quieti. Passano il tempo senza fare assolutamente nulla, guardano dritto di fronte a se’. Ieratici. Immobili. Rimangono l’ultimo dei misteri, nell’epoca del multitasking: a cosa penseranno, dietro quegli sguardi opachi?

I “Viaggiatori-in-Coppia”.

Che sono la prova dell’assioma “cane-padrone” e finiscono per assomigliarsi in qualche modo, come se dovessero accreditarsi per montare sull’Arca di Noé. Le coppie italiane si distinguono per l’attitudine ad imbarcarsi in tuta per le traversate lunghe. Sfidano la scomodità della seconda casse, l’affollamento, l’insonnia, il get leg, il pianto del bambino alla fila dietro, tutto a colpi di tuta. Non so, me li immagino nel loro posticino, con ai piedi pantofole pelose a forma di dalmata. Non ho mai controllato perché poi, se non gliele trovo ai piedi, ci rimango male, mi conosco. E, nonostante la precauzione della tuta, sono sempre quelli con le occhiaie più scure, la mattina dopo. Quindi si può dedurre che la tuta non fa bene alle occhiaie.

I “Viaggiatori-d’-Affari”.

Sono quelli più noiosi e prevedibili. Si riconoscono dalla divisa: completo nero per gli uomini e vi-farò-vedere-che-ho-le-palle-anche-se-mantengo-il-tocco-femminile-e-sbarazzino-per le donne. Recitano fino in fondo la loro parte e, quando non lavorano, parlano di lavoro, disattendendo quindi gli insegnamenti dei loro coach e dei costosi corsi sul pensiero laterale.

Smetto di guardare gli altri. Guardo me.

Mi rendo conto di essere stata ognuna di questi viaggiatori, almeno una volta, anche se non alla lettera, anche solo per attitudine. In fondo, li amo tutti.

Mi dico: cosa penserà di me chi perde tempo ad osservarmi? In che categoria sarò posizionata. Quanto sarà distante dalla verità. Mi guardo in giro: nessuno mi sta osservando. So essere invisibile, quando voglio. Meno male, non mi avranno mai.

Se credessi a una vita dopo la morte, ecco un Aeroporto dovrebbe essere il primo posto di accoglienza e smistamento.

Per me, potrebbe essere proprio quello il Paradiso.

Un luogo dove la memoria si perde, i ricordi non sono più importanti.

Sei solo la foto sul tuo documento. Base per altezza, niente terza dimensione.

Tutto segue una procedura, scorre ordinato, superficiale, ovattato, multilingue.

Il fardello che ti porti pesa, al massimo, 10 kg.

Il posto dove tutto è possibile, perché non è ancora successo e sta per succedere. Un aeroporto è il Sabato del Villaggio.

I preliminari.

Sarebbe il posto in cui, anche da morta, avrei tutta la vita davanti.